Intelligenza Collettiva:una nuova forma di Oscurantismo nell’era IT?

Mettere in dubbio l’enorme potenziale di Internet sulla diffusione capillare della conoscenza e sul rafforzamento di un’intelligenza collettiva sarebbe davvero anacronistico. In una sua affermazione il sociologo spagnolo Manuel Castells, ad esempio, così recita:

Oggi abbiamo più educazione, più capacità tecnologiche, più possibilità di comunicare che mai prima d’ora. Siamo giunti all’apice delle nostre chance di arricchimento personale, grazie alla disponibilità assolutamente nuova di un accesso illimitato all’informazione. Internet cambierà le nostre vite. La cosa più importante adesso, in termini di educazione, è la capacità di riprogrammare se stessi.

Sorvolando su capacità tecnologiche, così come sulle possibilità di comunicazione che, perlomeno sotto i profili di molteplicità di mezzi, rapidità, multimedialità ed economicità, non possono esser messe in discussione, mi soffermerei a commentare altri aspetti forse meno evidenti e/o più discutibili dell’affermazione del sociologo. Sulla maggior educazione avrei qualche perplessità, sia che la si voglia intendere come sinonimo di “formazione” (a meno di non operare confronti con un paio di generazioni addietro), che nella sua accezione più di uso comune, correlata al rispetto delle regole, alla correttezza del comportamento, etc. Ma è il presunto raggiungimento dell’apice delle nostre chance di arricchimento personale il punto più spinoso, a mio avviso: è noto che non aver accesso alle informazioni, o averne troppe, è comunque deleterio. I rischi in agguato sono oggi tanti e non di poco conto: dal senso di frustrazione che può seguire la consapevolezza di non riuscire a far fronte alla massiccia mole di input che ci bombardano quotidianamente, all’incapacità di riuscire a giudicare affidabilità ed autorevolezza delle fonti. Dal pericolo di veder contaminata la realtà dal mondo virtuale che, seppure teoricamente garante di valori quali l’uguaglianza dei diritti di ciascuno, può esser pilotato da colossi che ne detengono in gran parte il controllo (Google in primis), a quello della cosiddetta “intelligenza collettiva”, una sorta di mostro a mille teste che rischia di sovrastare e sopprimere le individualità, le voci fuori dal coro, rivendicando a sé il diritto della “saggezza delle folle”. Troppo spesso incapaci o comunque non disposte ad addentrarsi nella lettura attenta di norme, regolamenti, leggi e quant’altro, le teste che ne sbandierano le virtù e l’alimentano preferiscono l’ossequio al principio del ben più comodo “GOOGLE DIXIT” al potenziale arricchimento personale che anche il semplice studio di un testo può garantire: rischiano in tal modo di cedere facilmente il passo alla tentazione abitudinaria di una rapida sbirciatina in Google, alla ricerca di una risposta bella e pronta, omologata dalla Rete, in virtù della quale chiunque può venir elevato, come per miracolo, al ruolo di esperto, detentore della verità. Ecco allora che la capacità di “riprogrammare se stessi”, citata nell’affermazione iniziale, diventa un “must”, la condizione “sine qua non” perché quell’arricchimento personale possa esser raggiunto: urge l’acquisizione di nuove competenze trasversali che la scuola in primo luogo è chiamata a fornire ai nativi digitali, perché possano coniugare la loro innata familiarità con la tecnologia alla padronanza di quelle capacità in grado di garantire la sopravvivenza ad essa.
Citerei a testimonianza una disavventura che oramai mi perseguita da un paio d’anni, ma comune a tanti altri docenti, colpevoli solo di essersi sobbarcati l’onere non indifferente dell’aggiornamento della propria professionalità con la frequenza di un dottorato di ricerca triennale, a tutto vantaggio dei loro studenti e delle rispettive scuole. Secondo l’opinione forse più ricorrente dell’INTELLIGENZA COLLETTIVA della rete (alias GOOGLE), il congedo straordinario per la frequenza del dottorato interromperebbe infatti la continuità pregressa nella stessa scuola, azzerandone con un colpo di spugna il relativo punteggio (punto c della scheda per la formulazione del graduatoria interna). Ovviamente, la normativa non lo dice, come ho approfonditamente quanto inutilmente argomentato in alcuni miei reclami ai Dirigenti Scolastici. Sentito il parere dell’esperto di turno, reso quasi sempre autorevole dall’ombrello protettivo del Deus ex machina, la risposta di rigetto di un DS è spesso scontata quanto superficiale, il più delle volte limitata alla semplice citazione pedissequa di qualche paragrafo della normativa di riferimento: a supporto (si fa per dire …) vi si trovano alcune sviste grossolane, inaccettabili sul piano linguistico, del buon senso e su quello della logica deduttiva, facilmente rintracciabili da chiunque dotato della capacità (comunque apprezzabile!) di fare qualche ricerca per chiavi in Internet, indipendentemente dalle capacità critiche e di discernimento. L’INTELLIGENZA COLLETTIVA rischia dunque di annientare le motivazioni di chi preferisce comunque ragionare con la propria testa, pur trovandosi di fronte il muro ostinato di coloro che non possono far altro che alzare la voce con l’arroganza derivante dall’appoggio della saggezza delle folle e trincerarsi dietro “frasi fatte”, alla stregua di uno studente che, recitando a memoria la lezione, è incapace di rispondere a qualsiasi richiesta di approfondimento. Emblematico in tal senso l’articolo pubblicato su ScuolaOggi del 17.4.2012, in cui l’autore ipotizza in tono perentorio finanche il dolo come possibile causa della frequente errata redazione delle graduatorie interne. Sul dottorato cita poi il paragrafo di pertinenza del CCNI: <<…Detto periodo non va valutato ai fini dell’attribuzione concernente la continuità di servizio>> per poi commentare <<…Cosa significa questo? Questo significa che tale tipo di congedo interrompe la continità didattica sia nella sede che nella scuola>> Stupefacente! Su cosa è basata la deduzione? Sul piano linguistico, il soggetto della 1^ citazione è il periodo di congedo straordinario per il dottorato, che non deve essere valutato ai fini della continuità, comportando dunque una penalizzazione di 2/3 punti l’anno, per tutta e sola la durata del congedo. Se l’autore avesse letto con attenzione la normativa, come del resto egli stesso raccomanda ai DS, non avrebbe mancato di notare il punto 8 dell’art. 23 e di confrontarlo con il precedente: <<…in tal caso vengono meno sia … che la valutazione della continuità di servizio.>>. Qui infatti viene meno la valutazione della continuità, che viene dunque ad essere azzerata, laddove per il dottorato a venir meno è la valutazione del periodo triennale, non quella del servizio continuativo! Sul piano logico la conclusione dell’autore sulla presunta interruzione della continuità è ancor più palesemente errata: su cosa si baserebbe? Non certo sulla mancata presenza fisica del docente in aula, considerato che vengono evidenziati nella normativa non meno di una dozzina di casi di congedo in cui la continuità viene preservata pur in mancanza di attività didattica e senza addirittura alcuna perdita di punti per la rispettiva durata (mandato sindacale e politico, commissario in giurie di concorsi, etc.). Tantomeno sarebbe lecito presumere l’interruzione in modo implicito, dal momento che la normativa esplicita sempre chiaramente le situazioni che provocano interruzione. Per chiudere in bellezza, ecco le parole dell’autore, che si commentano da sole: <<Questo dice il contratto, la sua applicazione dipende dall’onestà di chi dovrebbe essere un inter pares ed invece troppo spesso si comporta come un inter dispares>>.
E per chi non fosse ancora convinto dei rischi potenziali dell’intelligenza collettiva, allego alcuni estratti delle FAQ sull’argomento del dottorato tratte della rivista telematica on-line “Educazione&Scuola” in cui il Prof. esperto, interrogato dai docenti, risponde puntualmente ai quesiti posti, ma in un modo che non mancherà di suscitare, ne sono certo, forti perplessità: pensare poi che un docente (va bene, si dica anche un semplice numero, per gli USP…) possa diventare perdente posto sulla base dell’autorevolezza di consulenze di questo tenore dispensate semplicemente col “passaparola digitale” lascia molto pensare … e non solo!