Archivio di Gennaio 2008

VODAFONE ShopOnLine: non comprare!!!

Martedì 22 Gennaio 2008

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Vedersi riconoscere il “diritto di recesso” sancito dalla legge per cautelare gli acquisti on-line è troppo spesso un’impresa, come confermato da una recente indagine dell’associazione “AltroConsumo”, che lamenta “Scarsa assistenza post-vendita in caso di guasto e poca trasparenza sui diritti. Se poi cambiate idea per ottenere il rimborso dovete avere la pazienza di un santo e non sempre riportate a casa tutti i soldi spesi.”. L’inchiesta promuove a pieni voti solo UNIEURO e MEDIAWORLD su un campione di 19 siti di vendita on-line. Anche un’azienda dal nome blasonato (sin troppo) come VODAFONE non smentisce questa scarsa attenzione ai diritti dei suoi utenti-consumatori, come testimoniato dalla esperienza personale che descrivo in breve a vantaggio di coloro che fossero intenzionati ad acquistare dal negozio on-line del gestore telefonico.

In data 30 settembre 2007 acquisto un cellulare sul sito VODAFONE www.190.it, e nei giorni successivi invio la raccomandata A/R per esercitare il diritto di recesso, ricevendo puntualmente la cartolina postale di ritorno firmata dall’incaricato VODAFONE. Trascorre inutilmente un mese e mezzo tra telefonate al servizio clienti 190 ed e-mail inviate allo ShopOnLine, ma che non portano ad alcun risultato. Decido allora di rivolgermi alla associazione dei consumatori ADUC, che mi sento di consigliarvi anche per la cortesia e celerità delle risposte, e scarico dal sito (www.aduc.it) il modulo per la “messa in mora” della controparte, che compilo ed invio alla VODAFONE e, p.c., alla ADUC: il risultato? Nel giro di una circa settimana la VODAFONE si prende il fastidio di telefonarmi per ben 3 volte, di cui l’ultima, di sabato pomeriggio, a casa (avevo dimenticato di attivare la suoneria del cell), per scusarsi del fatto che avevano appena ricevuto la mia raccomandata (falso …) e rassicurami che il recesso era stato accolto, e che quindi avrebbero provveduto a restituirmi l’importo speso: potenza delle minacce! In data 1 dicembre ricevo una nota di credito che conferma la decisione di restituirmi il denaro, e penso che la disavventura sia finalmente in via di conclusione. Ma passano i giorni e le settimane, e dei soldi neanche l’ombra, così riprendo a telefonare al 190, dove cominciano a recitarmi, sia pur con modi gentili, un nuovo ritornello: tutto OK, il recesso è stato accettato, ma c’è un periodo di 50 gg entro il quale possono restituirmi i soldi (la legge mi pare ne preveda molti di meno). Aspetto pazientemente, ma ormai anche il 50° giorno è scaduto, senza soldi. Ho mandato una nuova lettera di “messa in mora” intimando di restituirmi l’importo dovuto entro pochi giorni, trascorsi inutilmente i quali dovrò procedere legalmente rivolgendomi al Giudice di Pace.

La morale? Un caloroso e disinteressato avvertimento: non effettuate acquisti on-line dalla VODAFONE!!!.


QUANDO E’ L’AUTOVELOX … IL PIRATA DELLA STRADA!

Sabato 19 Gennaio 2008

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la polizia municipale invia un verbale (indirizzato al proprietario di un’auto da me guidata) per presunto eccesso di velocità (68 km/h su strada extra-urbana, a circa 200-300 m dall’inizio del centro urbano) rilevato da un autovelox posto a poche decine di metri dopo il termine di una superstrada con limite di 110 km/h.
Indispettito dall’oggettiva difficoltà di rispettare il limite di 50 km/h segnalato da un cartello situato dopo appena 60-70 metri da quello indicante la fine del limite di 110 km/h, richiedo la documentazione fotografica e poi effettuo personalmente dei sopralluoghi con rilievi fotografici, riuscendo a stabilire l’inesistenza dell’infrazione contestatami: la pattuglia aveva sistemato l’autovelox a circa metà della distanza che separa i 2 cartelli stradali (fine 110–inizio 50), e  dunque in un tratto in cui, secondo il codice stradale, vale l’implicito limite di 90 km/h !.
Letto sul retro del verbale che “il ricorso può essere presentato dal trasgressore o dall’obbligato in solido” decido, in qualità di “trasgressore”, di ricorrere al Giudice di Pace, basando il ricorso fondamentalmente sulla distanza troppo ravvicinata dei due cartelli di cui sopra ma, in primo luogo,  sull’inesistenza della trasgressione stessa, dimostrando con documentazione fotografica che l’auto da me guidata non aveva ancora raggiunto il cartello dei 50 km/h nella foto scattata dall’autovelox.
Nel corso della 1^ udienza, il rappresentante della polizia conferma, dinanzi al Giudice, l’inesistenza della trasgressione, ma nello stesso tempo sostiene che il ricorso non può essere accettato in quanto non presentato dal proprietario dell’auto. Contesto tale tesi, leggendo al Giudice quanto riportato in merito sul retro del verbale, ma il rappresentante si appella ad una fantomatica sentenza di qualche anno addietro! Il Giudice decide allora di non respingere il ricorso, ma ne rinvia la discussione ad una seduta successiva.
Nel corso della 2^ udienza, un altro rappresentante della polizia conferma a sua volta, dinanzi al Giudice, la validità della mia tesi circa l’inesistenza della trasgressione, ma ribadisce nello stesso tempo l’inammissibilità  del ricorso, escludendo categoricamente sia la possibilità che a ricorrere possa essere il trasgressore sia, tanto meno, che sul modulo di verbale possa esser scritta una cosa del genere. Esibisco allora uno stralcio del codice stradale, e poi leggo la citazione pre-stampata sul verbale, illudendomi ingenuamente d’aver posto termine alla questione. Il funzionario di polizia, stoicamente ligio alla sua causa, dice che avrei dovuto comunicare d’essere il trasgressore: fatto!, controbatto sicuro. E lui aggiunge imperterrito che avrei dovuto allegare al ricorso la ricevuta di tale comunicazione, ma per fortuna me la trovo tra le mani, ed il Giudice l’allega, accogliendo finalmente il mio ricorso.
Alcuni angoscianti interrogativi che mi assalgono al termine di una esperienza così rocambolesca, e dalla quale ne son venuto fuori solo grazie ad una laurea, a qualche ora per i sopralluoghi sul posto del reato, ad un week-end intero speso in ricerche in Internet (codice stradale, sentenze, associazioni consumatori, modulistica, formule di fisica per il calcolo della distanza di frenata e di arresto) e per la preparazione del ricorso, a due mattinate per le udienze, nonché all’esborso di circa 20 euro per la richiesta della foto-ricordo e raccomandate varie, sono:
1.        come cittadini, dobbiamo augurarci che si tratti, da parte delle autorità, di incompetenza o inganno? Ai posteri l’ardua sentenza …
2.        e se, in luogo di 170 euro e sottrazione di 2 punti-patente, la posta in gioco fosse stata qualcosa di più grave?
3.        non è sin troppo facile ed indolore, per le autorità, sporgere accuse, anche infondate, lasciando al cittadino il gravoso onere di dimostrare la sua innocenza, ben sapendo che, quasi sempre, la spesa non vale l’impresa? Basterebbe forse il risparmio dell’importo di una multa a compensare anche un onesto onorario per l’avvocato, per di più con il rischio di insuccesso e del conseguente raddoppio della sanzione? Non è sin troppo evidente che, per uno che tenta di opporsi ce ne sono altri 100 che, non potendo ad esempio dedicare tempo alla causa, accettano loro malgrado di pagare e di arrendersi all’ingiustizia?
4.        Non è forse vero che, nel peggiore dei casi, le autorità rischiano di non incassare dei soldi?
 

A pensarci meglio, quest’ultimo interrogativo potrebbe anche esser messo in discussione, ma non con il finale a sorpresa che la vicenda, già un po’ tinta di “giallo”, ha avuto: nella sentenza depositata dal GdP, viene motivato l’accoglimento del ricorso con 1) il non aver potuto esercitare il diritto di difesa perché la pattuglia non ha potuto intimare l’ALT (ma io non l’avevo neanche contestato!); 2) il tratto di strada in questione passa da 110 a 50 Km orari nello spazio di appena 50 metri (e nulla è cambiato a distanza di mesi …).
NO COMMENT!
 

P.S. Le motivazioni sono valide anche per tutti gli altri cittadini multati in quello stesso tratto e che hanno già  pagato?