Lettera aperta a Renzi sulla riforma Buona Scuola

Meritocrazia? No, grazie, preferisco la riforma Buona Scuola

Chiarissimo Presidente, a distanza di più di un anno da una mia precedente lettera aperta al Ministro del MIUR Giannini sulla chimera della meritocrazia nella scuola, mi sento in dovere di esprimere il mio pensiero nel merito della riforma Buona Scuola in via di approvazione.

Sono un insegnante di ruolo nella scuola secondaria superiore sin dal 1987, titolare dall’A.S. 1989-90 di una cattedra di Informatica presso l’Istituto Tecnico Economico Statale (ex ITC) Olivetti di Lecce.

Non sono mai stato a favore della progressione di carriera basata esclusivamente sull’anzianità di servizio, degli incentivi economici distribuiti “a pioggia”, come ogni tanto mi capita di sentire, né dell’inviolabilità del principio di uguaglianza tra tutte le scuole sul piano della qualità, purché nel rispetto della parità di risorse messe a loro disposizione: una sana competizione, leale e non fine a sé stessa, ma animata ed orientata piuttosto da quel desiderio di migliorarsi con l’esperienza che contraddistingue buona parte degli insegnanti, è potenzialmente positiva, a patto di non caricarla di ansie e preoccupazioni inopportune. L’ultima riforma Gelmini, ispirata sostanzialmente dalla necessità di tagli alla spesa a scapito delle reali necessità di scuole, docenti e studenti, ha alimentato un clima di tensioni e malumori difficilmente criticabile, e persino in aperta violazione di principi che dovrebbero essere salvaguardati e sacrosanti, soprattutto per un ministero come quello dell’Istruzione, che dell’esempio e del rispetto delle regole dinanzi agli occhi delle nuove generazioni dovrebbe farne una bandiera! Ciò non è stato, ad esempio nel caso della riduzione orario operata con l’accetta negli istituti tecnici e professionali, cambiando in corso d’opera i piani di studio degli studenti che avevano già operato delle scelte con le loro famiglie: il ricorso a quello che costituisce uno dei più odiosi espedienti, spesso abusati in questi anni, ovvero l’applicazione retroattiva di nuove norme emanate, ha anche richiesto l’intervento del Tar Lazio, che con sentenza numero 3527/2013 ha annullato i provvedimenti che riducevano l”orario complessivo annuale delle classi seconde, terze e quarte. Le conseguenze della riforma nell’ultimo lustro, già negative per loro conto, sono state accentuate oltremodo da altri attentati cronici alla meritocrazia nella scuola, e penso che autorità lungimiranti e consapevoli dell’importanza del ruolo della formazione scolastica per il futuro di un nazione, quale Lei sicuramente è, non possano trascurare il danno apportato primariamente all’utenza scolastica, studenti e loro famiglie, prima ancora che ai docenti! La netta contrazione di cattedre derivata dalla retroattività della manovra suddetta è andata ad incidere pesantemente sugli organici degli istituti tecnico-professionali, con l’aggravante che spesso a farne le spese sono stati anche i docenti con maggiore anzianità di servizio, grazie all’applicazione della famigerata legge 104/1992: non si vuol mettere ovviamente in discussione il principio delle agevolazioni che possono e devono essere riconosciute al lavoratore per l’assistenza verso persone del proprio nucleo familiare bisognose di cure, quanto la sua modalità di attuazione: la salvaguardia di un diritto di alcuni non può essere ottenuta con il grave danneggiamento di tanti altri, considerato che ne vanno spesso di mezzo anche qualità e continuità didattica, a scapito di studenti, famiglie e delle stesse scuole, che possono vedersi privare dei propri docenti più esperti, compromettendo non poco il know-how interno. Rimanendo in tema di violazioni di principi ed attentati alla meritocrazia, mi permetta di farLe osservare che con la precedente riforma l’Informatica, introdotta come materia già nel biennio dell’istruzione tecnica, può anche essere insegnata da docenti non abilitati nella relativa classe di concorso, né forniti del necessario titolo di laurea: in altri termini, un provvedimento preso dall’ex-ministro per salvaguardare la cattedra di docenti la cui materia ha ritenuto di dover sopprimere e che, in combinazione con la legge 104 di cui sopra, ha mietuto non poche vittime tra gli insegnanti di Informatica ma, ripeterei, soprattutto tra gli studenti, considerati, come i primi, alla stregua di pedine da muovere a proprio piacimento secondo strategie poco o per nulla condivisibili. E non me ne vogliano gli incolpevoli docenti cui ho fatto riferimento ché, in tutta onestà, sono probabilmente tra quelli che più di tutti hanno dovuto convertirsi professionalmente per passare dalla stenografia e dattilografia di tempi andati alla videoscrittura e, di lì, alla scrittura multimediale su computer in generale: sono convinto tuttavia che, pur nel rispetto di vincoli e normative incombenti, se si è lungimiranti e si vuol veramente investire su una Buona Scuola, si possono e devono trovare soluzioni più razionali senza passare sulla testa di nessuno, né creare malcontenti.

Per quanto attiene il nodo dei poteri decisionali ai presidi, dal mio punto di vista si sta cercando di dar loro gratuitamente un’autorità che, almeno ad oggi, non sarebbe sempre supportata dall’autorevolezza necessaria ed auspicabile per rivestire il ruolo di giudici nei confronti della classe docente. Esattamente come per questi ultimi Lei continua a ribadire parlando di aumenti differenziati in base al merito, ci sono presidi buoni, meno buoni e, forse, anche qualcuno cattivo: hanno fatto un concorso, né più né meno che noi docenti, per giunta con regole vecchie: se vogliamo fare un discorso razionale, cambiamo le regole del gioco da oggi, formiamo una nuova classe dirigente e poi, forse, se ne può riparlare … Non si può pretendere che i docenti accettino dall’oggi al domani di veder subordinato il già misero riconoscimento economico a fantomatici quanto opinabili criteri di merito: percentuale di studenti con debiti in una disciplina e/o feedback di famiglie e studenti non possono essere considerati  indicatori attendibili, per ovvi motivi. Attività aggiuntive e/o extradidattiche? No, mi creda, se vogliamo basare la Buona Scuola sul numero di ore passate nel redigere verbali, gestire una biblioteca e via discorrendo, non mi pare che di meritocrazia si possa parlare: in caso contrario, penso sarebbe preferibile che i docenti che sino ad oggi hanno fatto la Scuola sul campo con il loro volontariato e la capacità di innovarsi adeguandosi al cambiamento, rinunciassero alla progressione economica di carriera per far posto ad una nuovo esercito di funzionari al servizio dei presidi, con buona pace per il futuro dei giovani e della nazione. Coglierei anche l’occasione per evidenziare un’ulteriore grave violazione della meritocrazia che danneggia molti docenti che, come il sottoscritto, hanno visto annullarsi in un sol colpo il punteggio accumulato in tanti anni di servizio nella scuola di titolarità: colpevoli di aver colto l’opportunità offerta dal Ministero per aggiornarsi conseguendo il titolo di dottorato di ricerca vincolandosi, al termine del triennio, a rientrare e permanere per almeno 2 anni nella scuola di titolarità, pena  la restituzione delle 36 mensilità stipendiali percepite. La ratio sottostante, ossia assicurare la ricaduta didattica dell’aggiornamento col ritorno del docente in classe, viene regolarmente tradita dai presidi, che considerano il dottorato come una interruzione del servizio nell’istituto, a dispetto di quanto asserito dalla legge: l’art. 453, comma 6, del Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione (D.L. 16 aprile 1994, n. 297) asserisce che <<il periodo trascorso nello svolgimento di attività di studio e di ricerca è valido a tutti gli effetti come servizio d’istituto>>, concetto peraltro già espresso nell’art. 65 del Decreto Presidente Repubblica 31 maggio 1974, n. 417.  In ogni caso, poco importa qui se per interpretazione errata dei Dirigenti Scolastici o per una intenzionale penalizzazione del MIUR nei confronti di chi si impegna con sacrificio e dedizione per il conseguimento del più alto titolo di studio in Italia, spendendolo poi nella sua stessa scuola, non può non convenire sulla sfiducia nei confronti della tanto sbandierata meritocrazia!

In ultimo, gli aumenti selettivi non mi pare possano essere sostituti di quelli comunque spettanti a tutti i docenti, che andrebbero in primis ripristinati a livelli più decorosi (notoriamente bassi rispetto alla media) e restituendo quanto tolto in questi anni con il blocco degli scatti di anzianità.

Ringraziando per l’attenzione, La saluto cordialmente.

Nicola Armenise